Le polemiche delle scorse settimane su secessione e Padania lasciano dietro di sé una coda di riflessioni che si riverberano e gettano una luce sulle ragioni profonde che stanno alla base della convivenza nazionale. Al di là del mistico richiamo del leader Bossi al vagheggiato, quasi rimpianto "mito delle origini" della Lega, la secessione, che può finire dritto nel novero delle suggestive e pittoresche provocazioni cui il partito di via Bellerio ci ha abituati nel corso degli anni e su cui si sono già versati fiumi d'inchiostro, interessano le reazioni del mondo politico e dell'informazione di fronte a quest'ultima uscita leghista.
Le parole di Napolitano, che condannano i secessionisti e le loro istanze all'esilio dalla storia, possono essere ben comprese nel momento in cui si vada a cercare un appoggio culturale alle rivendicazioni del Carroccio: il concetto di Padania non trova tracce nella storiografia ufficiale, che anzi ci parla di Italia già a partire dalla Lex Iulia del 90 a.C., prima tappa della progressiva estensione della cittadinanza romana a tutti gli italici, né può essere coerentemente desunto da un'analisi delle isoglosse dialettali. Risale, ben più prosaicamente, al gergo politico della nascente Lega di fine anni '80 inizio '90, che della Padania ha inventato mitologie, rituali e la stessa storia. «Agitare ancora la bandiera della secessione significa porsi fuori dalla storia e dalla realtà», ha detto il presidente della Repubblica, e ci si potrebbe in tal senso interrogare anche sull'opportunità, in un momento storico come questo, di un recupero così radicale e integrale delle identità locali, sull'eventualità di immolare l'unità nazionale sull'altare di un progresso storicisticamente inteso come progressivo trionfo dei campanilismi e come balcanizzazione delle unità pattuite.
Nel condannare le derive secessioniste il presidente della repubblica assolve, chiaramente, al suo ruolo di garante della Costituzione, e lo fa con una nettezza e una fermezza ammirevoli e tali da non lasciare spazio a equivoci. E mettere mano alla Costituzione, andando a rileggere il famigerato articolo 5, «La Repubblica, una e indivisibile», rimane la risposta più rapida e ovvia alla provocazione leghista. Ed è infatti con questa chiave di lettura "costituzionalista" che gran parte degli interpreti affrontano la questione. Per dirla con l'ottimo Rodotà, «L'idea di secessione non è solo incostituzionale, ma anche eversiva». Tutto giusto. Almeno formalmente.
E ciò non sia inteso, grettamente, come berlusconiana prevalenza di un'arbitraria e non meglio definita "sostanza" sulla indeclinabile e in fondo democratica certezza della "forma", ma come un ennesimo riproporsi della dialettica fra diritto e legge, l'eterno cozzo fra il «popolo» che detiene la «sovranità» e il suo esercitarla «nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Perché, se è vero che la rivoluzione non è un pranzo di gala, la secessione non può essere da meno. Come ricorda acutamente Grillo, una Costituzione codificata non ha impedito la scissione fra Repubblica Ceca e Slovacchia, nè tantomeno la secessione nei Balcani.
E l'obiezione sollevata, fra gli altri, da Marcelli del Fatto Quotidiano per cui «non esiste, mai è esistito e mai esisterà un "popolo padano"» finisce con l'apparire in fondo pretestuosa: il fatto che un popolo non sia mai esistito non implica necessariamente che non possa esistere in futuro.
La stessa Costituzione finisce col diventare, a cospetto del principio inalienabile dell'autodeterminazione dei popoli, quasi un cavillo. E allora, se appare ovvio e comprensibile che la contestazione dell'ipotesi secessionista prenda le mosse dalla carta costituzionale, altrettanto ovvio è che una confutazione sostanziale non può fondarsi solo su un'interpretazione letterale, "pedissequa" della stessa, ma deve cercare quanto più possibile di risalire alla radice, alle ragioni profonde di questo malessere diffuso che induce una parte seppur minoritaria degli italiani ad auspicare la rottura dell'unità nazionale. E non ci vuole molto a individuare questa radice, in realtà ben contingente, nella corruzione generale e nella cronica inadeguatezza della politica. Non si può dunque semplicisticamente liquidare questo disagio appellandosi a questo o a quell' articolo della Costituzione.
Ora, facciamo finta per un attimo che quella della secessione non sia solo mera propaganda, un ballon d'essai somministrato all'opinione pubblica con lo scopo di distrarre gli italiani e l'elettorato leghista dalla ormai sempre più manifesta, e percepita, sudditanza di Bossi al Cavaliere. L'ipotetico obiettivo sarebbe quello di organizzare un referendum sulla secessione, per provare l'esistenza in fieri di un "popolo padano" finora solo millantato. I leghisti si contino e, qualora il giudizio popolare dia loro ragione, procedano con l'agognata secessione. In caso contrario, il loro ruolo storico potrà dirsi esaurito e le loro parole verranno per forza di cose destituite di qualsiasi autorità.
di
Dario Silvestri


























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